È incredibile la protervia con cui chi si definisce rivoluzionario o comunista (e in questo caso devo dire anche molti anarchici) sia totalmente disinteressato a rendere quella che lui chiama "politica" qualcosa di seducente, invece che una serie di stanche, scialbe tiritere che suonano come cadaveri in bocca. E non è una cosa che penso solo da adesso, ma è una cosa che non faccio che notare ogni anno che passa, specie in questi anni di nevrosi sociale.
Il logocentrismo di certi compagni ormai lo trovo francamente oppressivo.
Ma non ha a che vedere con il fatto di adottare una teoria al posto di un'altra: ha a che vedere con un modo di vedere la vita che sostituisce all'eudaimonia conviviale, al piacere e all'intensità corporale delle relazioni, mancanti dei limiti netti delle ideologie, la pesantezza delle paranoie gruppettare e l'assoluta necessità di continuare a produrre scartoffie apparentemente onnicomprensive, quando si potrebbe benissimo fare qualcos'altro di più carino, o semplicemente usare la produzione e la discussione teorica come uno strumento di accrescimento del desiderio, sia individuale che collettivo, invece che di un suo attivistico contenimento.
Ha a che vedere con l'atomizzazione e non con il progetto del suo superamento.
Nota: per chi si sentisse tirato in causa, sappia che questa critica non lo riguarda nè riguarda nessuno nello specifico. Nè è una critica degli sforzi organizzativi di certi compagni, che anzi riconosco e di cui sono grato. Semmai potrebbe essere un invito a uscire dalla palude della "politica seria" con un po' di bonaria allegrezza.
domenica 17 luglio 2016
lunedì 27 giugno 2016
La luna dimezzata
Un volto cianotico
Dai capelli scarmigliati
E occhi derelitti
Illuminati dalla barcollante
Luce dei notturni
Accompagnano
Il biancore sconsolato
Della luna dimezzata.
Davanti alla stazione
Di notte
Passano i bei ragazzi
Del color dell'ebano
E dell'ossidiana
Col loro sguardo beffardo
E donne intente a
Intessere trecce
Davanti alle luci
Dei bar dove transita
La città non vista.
Qualcuno piange
In mezzo ai negozi
Di cibo indo-arabo;
Il cigolìo del tram
Si sovrappone alle lacrime
E al soffritto
Sotto sbiadite
Luci al neon.
Una città intera
Intrappolata tra i portici
Della stazione
Mucchi di disperati
Stesi su coperte di fortuna
Davanti ai tassì nevrotici
E ragazzi sfuggenti
Squadrati da passanti
Pieni di angoscia
E sospetto.
La luna dimezzata
Mostra il suo chiarore
Alle fronde dei pini
Mentre un altro bus
Parte dalla stazione.
Dai capelli scarmigliati
E occhi derelitti
Illuminati dalla barcollante
Luce dei notturni
Accompagnano
Il biancore sconsolato
Della luna dimezzata.
Davanti alla stazione
Di notte
Passano i bei ragazzi
Del color dell'ebano
E dell'ossidiana
Col loro sguardo beffardo
E donne intente a
Intessere trecce
Davanti alle luci
Dei bar dove transita
La città non vista.
Qualcuno piange
In mezzo ai negozi
Di cibo indo-arabo;
Il cigolìo del tram
Si sovrappone alle lacrime
E al soffritto
Sotto sbiadite
Luci al neon.
Una città intera
Intrappolata tra i portici
Della stazione
Mucchi di disperati
Stesi su coperte di fortuna
Davanti ai tassì nevrotici
E ragazzi sfuggenti
Squadrati da passanti
Pieni di angoscia
E sospetto.
La luna dimezzata
Mostra il suo chiarore
Alle fronde dei pini
Mentre un altro bus
Parte dalla stazione.
sabato 25 giugno 2016
L'Anima dell'Uomo sotto il Socialismo
"La comprensione del dolore, naturalmente, è sempre esistita. È uno
dei primi istinti dell'uomo. Gli animali che possiedono
un'individualità, cioè gli animali superiori, l'hanno in comune con noi.
Ma bisogna ricordarsi che mentre la partecipazione alla gioia intensifica la somma della gioia nel mondo, la partecipazione al dolore non diminuisce affatto l'ammontare del dolore. Potrà rendere l'uomo più adatto a sopportare il male ma il male rimane.
Compatire chi è malato di tisi non guarisce la tisi; a questo pensa la scienza. E quando il socialismo avrà risolto il problema della povertà e la scienza quello della malattia, il campo d'azione dei sentimentalisti si ridurrà e la compartecipazione umana diverrà grande, sana e spontanea.
Ma bisogna ricordarsi che mentre la partecipazione alla gioia intensifica la somma della gioia nel mondo, la partecipazione al dolore non diminuisce affatto l'ammontare del dolore. Potrà rendere l'uomo più adatto a sopportare il male ma il male rimane.
Compatire chi è malato di tisi non guarisce la tisi; a questo pensa la scienza. E quando il socialismo avrà risolto il problema della povertà e la scienza quello della malattia, il campo d'azione dei sentimentalisti si ridurrà e la compartecipazione umana diverrà grande, sana e spontanea.
L'uomo gioirà nel contemplare la vita gioiosa dei suoi simili.
Perché sarà per mezzo della gioia che l'individualismo dell'avvenire si svilupperà.
[...]
Il dolore non è il mezzo definitivo per raggiungere la perfezione; è semplicemente provvisorio e di protesta. Esso rimanda ad ambienti sbagliati, malsani, ingiusti. Quando l'errore, la malattia, l'ingiustizia saranno rimossi, non avrà più ragione di essere. (...) Né l'uomo ne sentirà la mancanza, perché ciò che l'uomo ha cercato non è, in verità, né il dolore né il piacere bensì, semplicemente, la vita.
L'uomo ha cercato di vivere intensamente, pienamente, perfettamente. Quando potrà farlo senza esercitare limitazioni sugli altri o senza soffrirne, e tutte le sue attività gli saranno piacevoli, egli sarà più sano nella mente e nel corpo, più civile, più se stesso.
Il piacere è il criterio di valutazione della natura, il suo segno di approvazione.
Quando l'uomo è felice, egli è in armonia con se stesso e con ciò che lo circonda. Il nuovo individualismo, al cui servizio, volente o nolente, il socialismo lavora, sarà armonia perfetta.
Sarà quel che cercarono i greci ma che non riuscirono a realizzare completamente salvo che nel pensiero, perché avevano gli schiavi e li nutrivano.
Sarà quel che cercò il Rinascimento ma che non riuscì a realizzare completamente salvo che nell'arte, perché aveva gli schiavi e li lasciava morire d'inedia.
Sarà completo e per suo mezzo ogni uomo giungerà alla sua perfezione. Il nuovo Individualismo è il nuovo Ellenismo."
Oscar Wilde, "L'Anima dell'Uomo sotto il Socialismo".
Perché sarà per mezzo della gioia che l'individualismo dell'avvenire si svilupperà.
[...]
Il dolore non è il mezzo definitivo per raggiungere la perfezione; è semplicemente provvisorio e di protesta. Esso rimanda ad ambienti sbagliati, malsani, ingiusti. Quando l'errore, la malattia, l'ingiustizia saranno rimossi, non avrà più ragione di essere. (...) Né l'uomo ne sentirà la mancanza, perché ciò che l'uomo ha cercato non è, in verità, né il dolore né il piacere bensì, semplicemente, la vita.
L'uomo ha cercato di vivere intensamente, pienamente, perfettamente. Quando potrà farlo senza esercitare limitazioni sugli altri o senza soffrirne, e tutte le sue attività gli saranno piacevoli, egli sarà più sano nella mente e nel corpo, più civile, più se stesso.
Il piacere è il criterio di valutazione della natura, il suo segno di approvazione.
Quando l'uomo è felice, egli è in armonia con se stesso e con ciò che lo circonda. Il nuovo individualismo, al cui servizio, volente o nolente, il socialismo lavora, sarà armonia perfetta.
Sarà quel che cercarono i greci ma che non riuscirono a realizzare completamente salvo che nel pensiero, perché avevano gli schiavi e li nutrivano.
Sarà quel che cercò il Rinascimento ma che non riuscì a realizzare completamente salvo che nell'arte, perché aveva gli schiavi e li lasciava morire d'inedia.
Sarà completo e per suo mezzo ogni uomo giungerà alla sua perfezione. Il nuovo Individualismo è il nuovo Ellenismo."
Oscar Wilde, "L'Anima dell'Uomo sotto il Socialismo".
giovedì 23 giugno 2016
Sorrida a noi il Ricciolo attorto dei Belli
"Scapigliato ridente affannato discinto in ebbrezza,
Cantando una dolce canzone reggendo una coppa di vino,
nello sguardo il furore, beffarde le labbra dolenti,
mi colse iernotte assopito al mio fianco sedette.
Al mio orecchio si fece, e la voce amarezza gravava:
"O tu amico di tempi trascorsi, sei forse ora preda del sonno?
Il vino che danno al fedele d'amore dissolve le notti,
e lui, sacrilegio d'amore, a quel vino, ecco, non si prosterna?"
Asceta, vattene, e non disprezzare chi il nero dell'orcio sorseggia:
accettammo di viver nel mondo, e a noi questo solo fu dato.
Quello ch'Egli versò nella coppa, non altro, bevemmo,
volessero a noi dare ambrosia celeste o liquore da renderci ebbri.
A noi rida dunque rida la coppa, sorrida a noi il ricciolo attorto dei belli;
non la piange il poeta, la tetra rinuncia, e non è chi la pianga."
Cantando una dolce canzone reggendo una coppa di vino,
nello sguardo il furore, beffarde le labbra dolenti,
mi colse iernotte assopito al mio fianco sedette.
Al mio orecchio si fece, e la voce amarezza gravava:
"O tu amico di tempi trascorsi, sei forse ora preda del sonno?
Il vino che danno al fedele d'amore dissolve le notti,
e lui, sacrilegio d'amore, a quel vino, ecco, non si prosterna?"
Asceta, vattene, e non disprezzare chi il nero dell'orcio sorseggia:
accettammo di viver nel mondo, e a noi questo solo fu dato.
Quello ch'Egli versò nella coppa, non altro, bevemmo,
volessero a noi dare ambrosia celeste o liquore da renderci ebbri.
A noi rida dunque rida la coppa, sorrida a noi il ricciolo attorto dei belli;
non la piange il poeta, la tetra rinuncia, e non è chi la pianga."
martedì 7 giugno 2016
Considerazioni #5
A volte trovo sconcertante di come la "coscienza" degli individui, eterna ultima ruota del carro del determinismo economico, rimanga del tutto estranea al mutare delle condizioni sociali, o che le segua così lentamente.
E non è solo il fatto banale che ci sia più tecnologia, che il mondo sia più interconnesso o che ci ritroviamo tutti con un carico enorme di informazione in più, ma proprio il fatto che ci troviamo ad un punto di svolta fondamentale, e purtroppo tragico, della storia della specie e le persone sanno solo parlare di cultura/culture, di "natura umana" e di altro pattume reazionario.
E questo ovviamente se hai il minimo di infarinatura "culturale" per poter intavolare discussioni infinite sulla cultura, sennò saprai solo discutere di natura umana e di banalità piccolo-borghesi davanti ad uno schermo televisivo.
Persino nelle varie forme in cui si sta cristallizzando la critica al presente capitalista raramente il punto viene messo sull'economia, o su una critica all'economia - e le sue derivazioni particolari - ma nella maggior parte delle volte la critica è puramente culturale e morale, dai sinistri più sciacquati a quelli più radicaleggianti (mi viene in mente il comitato invisibile su tutti), il tutto motivato dal presunto fallimento di Marx e del suo cosiddetto "economicismo".
Non c'è cosa più facile che partire dalla sovrastruttura per spiegare la struttura sociale. In fondo basta pontificare un po', fingersi particolarmente radicali quando si parla di "antropocene" o sciorinare edizioni in sedicesimo di utopismi morti politicamente dalla metà dell''800.
"Demolish serious culture!" Era il sottotitolo di Smile, la rivista dei neoisti inglesi degli anni '80. Il suo scopo era mettere in discussione l'idea stessa di "cultura" per come si era venuta a costituire nell'occidente capitalistico, nonchè una critica al "nome" e all'identità, e infatti alle persone che compravano la rivista veniva richiesto di cambiare la propria firma in "Monty Cantsin" e "Karen Eliot".
Al mondo "politico" odierno, così saturo di persone in preda alla sindrome da ristorante cinese per indigestione di troppo glutammato concettuale e culturale, di troppe pose seriose da salvatori e troppi profeti dell'apocalisse, preferisco una "politica" (le virgolette sono d'obbligo) ludica, giocosa, divertente e soprattutto appassionante, che sappia cogliere le questioni di classe ma anche riproporre il progetto situazionista e post-situazionista di trasformazione radicale dell'"economia della vita quotidiana", insieme all'economia "macro" che determina il flusso di merci e di plusvalore su scala mondiale.
domenica 15 maggio 2016
Wittgenstein
"La meccanica newtoniana, ad esempio, riduce la descrizione del mondo in forma unitaria.
Pensiamo una superficie bianca, con sopra macchie nere irregolari. Noi diciamo ora: qualunque immagine ne nasca, sempre posso avvicinarmi quanto io vogila alla descrizione dell'immagine, coprendo la superficie con un reticolato di quadrati rispondentemente fine e dicendo d'ogni quadrato che è bianco, o nero.
A questo modo avrò ridotto la descrizione della superficie in forma unitaria.
Questa forma è arbitraria, poichè avrei potuto impiegare con eguale successo una rete di maglie triangolari o esagonali.
Può essere che l'uso d'una rete di triangoli rendesse la descrizione più semplice, cioè che noi potessimo descrivere la superficie più esattamente con una rete di triangoli più grossa che con una più fine di quadrati (e viceversa), e così via.
Alle diverse reti corrispondono diversi sistemi di descrizione del mondo.
La meccanica determina una forma di descrizione del mondo dicendo: tutte le proposizioni della descrizione del mondo devono ottenersi da un certo numero di proposizioni date - gli assiomi della meccanica - in un modo dato. Così essa fornisce pietre per la costruzione dell'edificio della scienza e dice: qualunque edificio voglia tu innalzare, lo devi comunque costruire con queste pietre e con queste soltanto.
[...]
E ora vediamo la posizione reciproca di logica e meccanica. (Si potrebbe far consistere la rete anche di figure eterogenee, per esempio di triangoli ed esagoni.)
Che un'immagine, come quella menzionata or ora, possa descriversi mediante una rete di forma data, non enuncia nulla intorno all'immagine. [...] Come pure nulla enuncia intorno al mondo la possibilità di descriverlo mediante la meccanica newtoniana; ma enuncia invece qualcosa la possibilità di descriverlo mediante essa proprio così come appunto lo si può descrivere.
E dice qualcosa intorno al mondo anche la possibilità di descriverlo più semplicemente mediante l'una meccanica che mediante l'altra."
L. Wittgenstein, "Tractatus Logico-Philosophicus", 6.341-6.342
Pensiamo una superficie bianca, con sopra macchie nere irregolari. Noi diciamo ora: qualunque immagine ne nasca, sempre posso avvicinarmi quanto io vogila alla descrizione dell'immagine, coprendo la superficie con un reticolato di quadrati rispondentemente fine e dicendo d'ogni quadrato che è bianco, o nero.
A questo modo avrò ridotto la descrizione della superficie in forma unitaria.
Questa forma è arbitraria, poichè avrei potuto impiegare con eguale successo una rete di maglie triangolari o esagonali.
Può essere che l'uso d'una rete di triangoli rendesse la descrizione più semplice, cioè che noi potessimo descrivere la superficie più esattamente con una rete di triangoli più grossa che con una più fine di quadrati (e viceversa), e così via.
Alle diverse reti corrispondono diversi sistemi di descrizione del mondo.
La meccanica determina una forma di descrizione del mondo dicendo: tutte le proposizioni della descrizione del mondo devono ottenersi da un certo numero di proposizioni date - gli assiomi della meccanica - in un modo dato. Così essa fornisce pietre per la costruzione dell'edificio della scienza e dice: qualunque edificio voglia tu innalzare, lo devi comunque costruire con queste pietre e con queste soltanto.
[...]
E ora vediamo la posizione reciproca di logica e meccanica. (Si potrebbe far consistere la rete anche di figure eterogenee, per esempio di triangoli ed esagoni.)
Che un'immagine, come quella menzionata or ora, possa descriversi mediante una rete di forma data, non enuncia nulla intorno all'immagine. [...] Come pure nulla enuncia intorno al mondo la possibilità di descriverlo mediante la meccanica newtoniana; ma enuncia invece qualcosa la possibilità di descriverlo mediante essa proprio così come appunto lo si può descrivere.
E dice qualcosa intorno al mondo anche la possibilità di descriverlo più semplicemente mediante l'una meccanica che mediante l'altra."
L. Wittgenstein, "Tractatus Logico-Philosophicus", 6.341-6.342
domenica 8 maggio 2016
Fuoco sui Ragazzi del Coro
"Nessuna paura di morire. Nessuna paura di restare soli. Siamo uomini.
Siamo come fili d’erba nel deserto. Siamo vette. Procediamo spalla a
spalla. Copriamo ogni spiraglio. Non abbiamo parte e non faremo storie.
Potete anche bruciare tutta la prateria o radere al suolo per intero la
foresta delle pretese, non avrete mai certezza d’aver distrutto ogni
nostra semenza. Siamo nella radice dell’olivo, nel canto della
spremitura; siamo nella vicenda senza fine della libertà. Siamo nel
vento, nell’alba, siamo nel rumore di fondo dell’umanità. Non potete
occultare nelle vostre biblioteche polverose il nostro volto sempre
diverso, sempre nervoso e bello. Siamo la padronanza del disastro, i
puntini sospensivi del destino. Siamo il muschio nero che avvolge la
corteccia ingenua, il rapido infiammarsi dell’incanto fra le strade che
invocano l’uomo. – Perché non deponete le armi e vi accontentate di
sopravvivere ai vostri limiti? – Perché noi non abbiamo paura e perché
sappiamo, anzi siamo sicuri che in qualche luogo, anche se del tutto in
disparte (ascoltate, prestate orecchio), alcune presenze, alcuni corpi
intelligenti ed essenziali hanno cominciato a ridere di voi e dei nostri
limiti coltivando il sogno sovrumano di abbattere ogni limite."
Carmine Mangone, "Fuoco sui ragazzi del coro".
Carmine Mangone, "Fuoco sui ragazzi del coro".
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