giovedì 25 febbraio 2016

Il vento ci porterà via

"Nella mia piccola notte, ahimè
Il vento ha un appuntamento con le foglie
Nella mia piccola notte
C'è l'ansia del declino

Ascolta,
Senti il soffio delle tenebre?
Io, assuefatta alla mia infelicità
Guardo stupita questa intensa felicità
Ascolta,
Senti il soffio delle tenebre?

Ora, qualcosa attraversa la notte
Rossa e inquieta è la luna
Ora su questa vólta,
Dove ogni attimo si teme il crollo,
Le nuvole, questa folla in lutto,
Sembrano attendere l'attimo della pioggia

Un istante
E poi, più nulla
Oltre questa finestra trema la notte
E la terra esita a roteare
Oltre questa finestra, l'ignoto
È in ansia per noi

Oh, fresco cupo del verde
Posa le tue mani, arse come il ricordo
Nelle mie mani innamorate
E abbandona le tue labbra
Di calde sensazioni dell'essere
Alle carezze delle mie labbra innamorate
Il vento ci porterà via con sè,
Il vento ci porterà via."

Forough Farrokhzâd

lunedì 22 febbraio 2016

Considerazioni #3

Sono dell'idea che non si dovrebbe mai cominciare una conversazione sulle società e gli individui partendo dalla "cultura". O meglio, bisognerebbe prima capire cos'è la "cultura" e in che cosa diverge dalla raffigurazione che viene data di solito a questo termine, e poi decidere se usare o no questo concetto. Per esempio: esiste o no la "cultura occidentale" e la "cultura orientale"?

Cos'è la "cultura occidentale"? Basterebbe porre la domanda a qualunque persona mediamente colta - non solo all'uomo della strada - per vedere il vuoto di idee profilarsi sul volto dell'interrogato. Di volta in volta viene data una definizione vaga delle varie "culture" prevalentemente centrata sulle rappresentazioni sovrastrutturali, ad esempio si è soliti parlare della scienza meccanica "occidentale" o della medicina "occidentale" come se tale scienza e tale medicina non funzionassero allo stesso modo a Mumbai come a Philadelphia e Shiraz. Oppure vengono continuamente coniate delle "qualità morali" (anche solo usare il termine mi fa venire il voltastomaco) che contraddistinguerebbero le varie "culture", con intenti più o meno apologetici nei confronti di questa o quell'altra "cultura" e del tutto incuranti degli individui particolari che "abitano" le culture in questione - ed è un'operazione concettuale che sfortunatamente non viene fatta solo dai razzisti beceri e dagli emuli della Fallaci, ma anche da insospettabili persone di sinistra che continuano a parlare di "culture" per evitare una critica "strutturale" al capitalismo.

Prendiamo la "cultura mediorientale", nella fattispecie arabo-persiana. Tutti sono concordi a farla rientrare nel calderone della "cultura orientale", se non altro da un punto di vista geografico. Ma è un'operazione sbagliata, se non altro da un punto di vista filosofico: gran parte di quella che noi chiamiamo "cultura" e scienza "occidentale" sarebbe stata impossibile senza la mediazione culturale arabo-persiana, dalla scuola di Baghdad fino agli ultimi regni prima dell'invasione dei Mongoli in Persia e in Iraq. I dotti di Tabriz nel XIII secolo conoscevano Aristotele, Platone, Plotino, Apollonio e Euclide molto meglio di quanto non facessero i loro omologhi occidentali. Quindi se ragionassimo da un punto di vista culturale diremmo che la "cultura mediorientale" è parte di quella occidentale.

E allora cos'è una cultura? Si può fare come Johan Huizinga che affermava che la cultura fosse un'estensione delle attività ludiche? La cultura rientra o no nella "struttura" economica? Ha senso porsi queste domande?

venerdì 5 febbraio 2016

Foival Orsis

Io
Orsis di cognome
Foival di nome
Nulla chiesi
Dal mondo
Che d'essere accettato
E colori che potessero
Modellare i miei sensi
Ma io sprofondo
Nella solitudine
E i colori
Erano pennellate
Di acquerelli,
E il volto dell'Idolo
È profumo di muschio
Che si affievolisce
Ai bordi della mia finestra.
Tutto chiesi
Dal mondo
Eppure di quello che ho
Restano le lacrime
E l'incomunicabilità
E le parole vomitate
Dal profondo dei miei
Occhi.
Foival,
Tu piangi
Senza una spalla
Che sussurri parole
Dolci di nettare,
E le tue lacrime
Scorrono
Nei rivoli dell'indifferenza.
Piangi! Forse
Qualcuno riuscirà
A raccogliere il segreto
Nascosto nelle lacrime;
Chicchi di melograno
sgorgano dalle tue guance. 



Del-e-Majnun

Ascolta, ascolta il ney
Ascolta come piange la separazione
Come piange la separazione dall'Amato
Da quando mi hanno 
strappato dal Canneto
Vago ebbro di tristezza
Ai bordi delle strade
Alla ricerca di un volto di luna
Che illumini il mio sguardo
Che plachi il mio desiderio:
Un mihrab di rubini
Splendenti ai raggi 
Del sole mattutino.
n cuore voglio, un cuore dilaniato dal distacco dall'Amico,
che possa spiegargli la passione del desiderio d'Amore;
Perché chiunque rimanga lungi dall'Origine sua,
sempre ricerca il tempo in cui vi era unito. - See more at: http://www.sufi.it/sufismo/Ney1.htm#sthash.yDfdivY1.dpuf
n cuore voglio, un cuore dilaniato dal distacco dall'Amico,
che possa spiegargli la passione del desiderio d'Amore;
Perché chiunque rimanga lungi dall'Origine sua,
sempre ricerca il tempo in cui vi era unito. - See more at: http://www.sufi.it/sufismo/Ney1.htm#sthash.yDfdivY1.dpuf
n cuore voglio, un cuore dilaniato dal distacco dall'Amico,
che possa spiegargli la passione del desiderio d'Amore;
Perché chiunque rimanga lungi dall'Origine sua,
sempre ricerca il tempo in cui vi era unito. - See more at: http://www.sufi.it/sufismo/Ney1.htm#sthash.yDfdivY1.dpuf
Deserte sono le vie del cuore:
Punti fissi questa vita non ha.
Ey pesar,
Perchè dovresti cercarne?





lunedì 1 febbraio 2016

Distici di Abdul-Qādir Bēdil

"Agitata è dalle mie ceneri la coppa del mondo
Quale occhio ardente con tale impeto mi ha dato fuoco?"

"Chi supplicherà queste delicate e bellissime mani di spargere il mio sangue?
Ho bussato alla porta della pazienza, fino a che incontrai una primavera dal colore della henna."

"Molte case della bellezza ho traversato nel mio oblio
Anche un passo falso nel tuo desiderio è diventato il colpo del pennello di Behzad (Kamāl ud-Dīn, NdR)"

"Delicata arte è imparare i segreti dell'amore;
La penna scivola nel tratteggiare la parola dell'errore"

"Nel deserto del desiderio non vi sono punti fissi
Non sono necessari per trovare i nostri luoghi"

"Dalla felice designazione la sollecitudine ancora disegnò
Non ogni specchio sorretto meritò la visione."

"Solo attraverso il velo udii la parola, con il cuore udienza non ebbi alcuna
Come manifestare ciò che non vidi, dovresti chiederlo al fabbricante di specchi."


lunedì 25 gennaio 2016

Atlante

"Quando arriverà la rivoluzione in Italia?"

Mi chiese Andrea, seduto sui divani polverosi della sede.

"Tutto il mondo si sta muovendo. Dopo il 15 Ottobre (2011, NdR) non è successo più nulla qua."

 Finirà mai? Finirà mai la morte che viviamo ogni giorno? Per quanto ancora?

"Presto. La rivolta è un germe che fiorisce dovunque la vita ricresce."

Io mi sdraiai sulla sedia. La biblioteca traboccava di saggi politici e di romanzi di fantascienza.

"Sono stufo di speranza! Sono stufo dei "presto"! Com'è che nessuno agisce? Perchè nessuno fa nulla? Noi alle manifestazioni ci andiamo per i tirare i sanpietrini, non per aspettare!"

"Non so che dire."

"Noi ci organizzeremo! Sei un militante o no?"

"Si."

"E allora togliti queste paure!"

Sugli sguardi dei compagni notavo la tensione. Un misto di paura, angoscia e eccitazione emergeva dai loro muscoli facciali. Come ci si sente quando metti in gioco tutta la tua vita di fronte al cambiamento dell'esistente?

"Ho lasciato tutto quello che ero. I miei genitori mi odiano. Non posso più entrare in casa, e vago come un vagabondo nelle case dei miei amici. Non ho prospettive in questa società al di fuori dell'abbandono. Nulla è più terribile di un mondo morente che sopravvive da carogna, e schiaccia tutti i viventi. Cosa dovremmo fare? L'orrore di vivere come prima mi ha spinto a lottare. Ma ora è tutto fermo. Cosa dovremmo fare? Io non lo so."

Disse Gabriel, erompendo in un pianto disperato e uscendo dalla sede.

"Ti prego Gabriel..."

Io lo raggiunsi fuori. Si era accasciato di fronte alla porta e continuava nel pianto.

"Sai che ti capisco. Apparte te, i miei pochi amici e i compagni non ho nessuno che possa sapere il dolore che provo. Devo ancora dare l'impressione di essere un bravo ragazzo coi miei perchè altrimenti non potrei frequentare l'università. Ma vivo questa camicia di forza come una tomba quotidiana. Il mondo dove viviamo è un limbo dove tutto è possibile e nulla è ancora accaduto. Non sappiamo nemmeno come verremo sballottati."

"Ti voglio bene. In questo vuoto tu mi apri il cuore, che pompa sangue e disperazione. Dove fuggiremo? Dove andremo? Vaghiamo senza una meta aspettando di poter prendere parte ad un movimento di distruzione della società esistente. Ma dobbiamo sopravvivere. E io non so più come fare."

"Nemmeno io. Ma tengo strette queste frazioni di secondo come quanto di più tragico mi sia potuto capitare."

Il sole si offuscò nel cielo sporco di una giornata d'inverno. Da lontano si intravedevano i riflessi del crepuscolo sulle palazzine di questo pezzo di Roma. I marciapiedi erano spogli di passanti e regnava una calma irreale, mitigata dallo spirare della brezza e della musica dei negozi di kebab. Io rimasi seduto nelle panchine di un parco adiacente.

"Il cielo mi cade addosso. Il mondo mi cade addosso. Siamo tutti Atlante. La nostra ribellione è per vedere la nostra disperazione tramutarsi in entusiasmo. Eppure fuggo, eppure le mie scarpe scivolano sull'asfalto bagnato, mi rendo invisibile e sdraiato su una panchina di un parco osservo il cielo sbiadire sul mio volto, accarezzandomi gli occhi."

Avevo spento il cellulare. Mia madre starà su tutte le furie. Scesi dalla panchina e presi un autobus verso il nulla. Il Tragico è il pianto del ribelle.


venerdì 22 gennaio 2016

È qui la paura, è qui che bisogna saltare


Era maggio, e l’aria era tersa. Eravamo seduti sotto i fiori di magnolia. I cirri correvano sospinti dalla brezza. Qualcosa ci aveva portato qui, forse il desiderio di uscire dalla città, forse il desiderio di parlare in un ambiente diverso. È stornante vedere il mondo da qui. Eppure è familiare: una ricognizione da lontano.

“Tu continui a considerare il mondo sotto la prospettiva dell’illusione.”

“Che vorresti dire?”

“Voglio dire che ciò che dice il nostro linguaggio non esiste veramente. Eppure questi colori brillano in tutta la loro lucentezza, e la luce fende le pieghe del tuo viso evidenziandone le superfici tra i chiaroscuri. I tuoi capelli scarmigliati sono sparpagliati dal vento. Questi fiori sono bianchi, e il loro profumo dolcissimo…ma com’è riduttivo quello che esprimiamo!”

“Non pensi che i concetti che abbiamo siano l’unica interfaccia che abbiamo col mondo?”

“Dipende. In un certo senso sì, ma tu continui a non vedere il vuoto che li origina. Ed è questo vuoto ciò che persiste. Tutta la nostra vita è pervasa da concetti inadeguati rispetto a quello che noi sentiamo. Un giudizio di valore è molto complesso nelle sue determinazioni: esso è l’esempio migliore di cosa significa un’astrazione. Umile, Superbo, Bello, Corretto, Buono, Vile, Giusto, Sbagliato…quante possibili definizioni pensi che abbiano questi concetti? Più una parola esprime un concetto generale, più il suo significato è determinato dalla società in cui è usato.”

“In fondo è bello ricamare concetti. Costruire metafore, dare vita a nuove figure…”

“Sei sicuro che dalle parole si possano creare figure?”

“Sì. Perché?”

“Guarda questo filo d’erba. Se lo scomponi all’infinito, troverai le strutture atomiche, e risalendo all’indietro i composti chimici, le cellule e le proprietà biologiche delle piante. Ma noi cosa possiamo dire sulla sua forma? Se tu dovessi disegnare un filo d’erba non tenteresti di approssimare una forma che non riesci a cogliere per intero?”

“Sì, perché? Che c’entra tutto ciò con le parole?”

“Le parole sono segni. Allo stesso modo con cui lo sono le figure che elabori nella tua testa. Un segno organizza le sensazioni in certi modi. Questi modi sono un prodotto sociale. Noi potremmo descrivere il mondo costruendo una geometria di triangoli invece che di figure quadratiche, ma la griglia che noi usiamo non corrisponderebbe a ciò che descrive.”

Nel frattempo lui si accese una sigaretta. Esitavo un po’ a parlare ancora e preferivo leggermi un libro che mi ero portato.

“Ma allora che senso ha provare a dire qualcosa? Non sarebbe allora meglio l’afasia?”

“No. Le parole che dici, i concetti che esprimi, sono un modo di essere delle cose. Il pensiero è una proprietà emergente dei sistemi complessi. Eppure non capirai mai concetti e simboli se ti poni all’interno di essi, né riuscirai a generare nuovi alfabeti. Esiste un mondo che il linguaggio che usiamo non esprime. Questo mondo è il mondo dell’indefinito. Tu sei Flavio Rossi?

“Penso di esserlo.”

“Come pensi di definirti? O perlomeno, come ti definisce chi ti conosce?”

“Una persona un po’ fuori dalla norma, un tipo a volte interessante…”

“Che significano tutti questi termini? A cosa sono riferiti?”

“Non lo so.”

“La nostra identità è una maschera. Non serve che ti citi Pirandello per fartelo capire. Ma se tutto ciò scomparisse? Se rimanesse solo il sostrato di ogni espressione e i concetti che usiamo rimanessero come gusci vuoti? Te cosa saresti? La fine non è la fine. E non è la fine di ogni concetto. Tu ed io forse vagheremmo negli spazi di nuovi linguaggi che meglio esprimano ciò che emerge. Dimenticheremmo le nostre identità, sarebbe l’inizio di altri concetti.”

“Io vorrei solo non perdermi.”

“La conoscenza nasce dal perdersi. È qui la paura, è qui che bisogna saltare.”

Il sole scomparve tra le colline, e noi ci sdraiammo sull’erba.